FEAT - FuturEATing - Carne coltivata

Serve un dibattito informato sulla carne coltivata

Esperti in campo tecnico, sociale e umanistico invitano a una discussione razionale sul futuro del cibo.

Alessandro Bertero, Stefano Biressi, Francesco Buscemi, Luciano Conti, Matteo Cresti, Cesare Gargioli, Luca Lo Sapio, Barbara Lucia Loera, Cristina Poncibò & Simona Stano.

Il governo italiano intende vietare quella che i critici chiamano “carne sintetica”, un termine negativo usato per descrivere quella che i ricercatori chiamano “carne coltivata”, e che può essere descritta positivamente come “carne sostenibile, pulita o etica”. Questa proposta giunge mentre altri governi stanno invece riconoscendo l’importanza strategica della carne coltivata per la sicurezza alimentare e la sostenibilità globale. Come studiosi attivi nel settore, in ambito tecnico, sociale e umanistico, vogliamo fornire qui alcuni chiarimenti, con la speranza di stimolare una discussione informata di cui si sente un grande bisogno.

Da un punto di vista tecnico, la carne coltivata si ottiene con un processo analogo a quello con cui si prende il germoglio di una pianta e lo si fa crescere in una serra. Con la differenza che il germoglio, in questo caso, è una piccola biopsia o un prelievo di sangue da un animale da allevamento, e la serra è un coltivatore, un ambiente sterile con temperatura e apporto di nutrienti controllati, non molto diverso dai fermentatori usati per la birra, il vino, il formaggio e lo yogurt. Il processo viene quindi spesso definito “agricoltura cellulare”. Contrariamente ad alcune affermazioni, attualmente non viene utilizzato siero animale nel processo1, né cellule o tessuti con comportamento tumorale2. Inoltre, la carne coltivata può essere ottenuta senza gli antibiotici comunemente usati negli allevamenti convenzionali ed è priva di altri contaminanti come microplastiche, e di metalli pesanti tossici come il mercurio3.

Le agenzie per la sicurezza alimentare conducono rigorose valutazioni sulla sicurezza di nuovi alimenti come la carne coltivata. Un verdetto positivo dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) sarebbe necessario per autorizzare la commercializzazione della carne coltivata nell’UE, e il suo processo di valutazione è considerato tra i più rigorosi a livello globale.

Tuttavia, la carne coltivata non richiede test clinici perché non è un farmaco. Non si tratta né di una scappatoia né di una svista, ma dell’applicazione dello stesso principio che regolamenta gli integratori alimentari, i prodotti omeopatici e i cosmetici. La procedura di autorizzazione dell’EFSA ha portato all’approvazione di circa 125 nuovi alimenti nell’UE dal 2000. La carne coltivata viene elaborata dal tratto gastrointestinale come qualsiasi altro alimento convenzionale o nuovo e, a condizione che non contenga contaminanti o allergeni, entrambi misurabili con precisione, sarebbe sicura come la carne convenzionale3. Potrebbe addirittura risultare più salutare, in quanto il controllo sulle cellule e sui nutrienti del coltivatore potrebbe consentire, per esempio, una riduzione dei grassi saturi e un aumento dei livelli di antiossidanti.

I detrattori sostengono che la carne coltivata non sia ecologica, ma le valutazioni del ciclo di vita (LCA) pubblicate nella letteratura scientifica dimostrano complessivamente il contrario4. Una recente LCA suggerisce che nel 2030 la carne coltivata avrà un’impronta ambientale inferiore fino al 90% rispetto alle carni convenzionali, anche tenendo conto degli ambiziosi obiettivi di rendere l’allevamento più sostenibile5 (Figura 1).

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Figura 1. Proiezioni dell’impatto ambientale di diversi tipi di carne nel 2030. Dati rianalizzati dalla reference 5.

La carne coltivata non arriverà a breve nei supermercati italiani, ma se questo dovesse accadere, rappresenterebbe solo una scelta in più per i consumatori e non potrebbe, secondo la legge dell’UE, essere utilizzata in sostituzione della carne convenzionale senza una chiara indicazione sull’etichetta del prodotto (regolamento 2015/2283).

Per quanto riguarda le reazioni dei consumatori alla carne coltivata, l’accettazione di nuovi alimenti non è un fatto nuovo: il sushi fu introdotto in Italia alla fine degli anni ’80, superando una forte resistenza iniziale. Mentre i detrattori sostengono che gli italiani siano ostili alla carne coltivata, i sondaggi condotti prima dell’attuale campagna mediatica indicavano che almeno il 54% degli italiani sarebbe stato disposto a provarla6. Diversi fattori influenzano l’accettazione da parte dei consumatori: la conoscenza delle tecnologie agroalimentari e l’atteggiamento verso di esse, la percezione dei rischi e dei benefici (soprattutto della salubrità), le preoccupazioni etiche e ambientali, la fiducia nella catena alimentare, l’età, l’istruzione, la propensione al disgusto, l’avversione al nuovo, i tratti della personalità, i valori personali e sociali e il conservatorismo politico. Anche il nome del prodotto e il colore della confezione possono influenzare la reazione alla carne coltivata.

Di fronte a un nuovo alimento, prodotto in un luogo apparentemente inaccessibile e attraverso procedure ancora poco conosciute, le persone tendono a ridurre il carico cognitivo della scelta, semplificando i processi decisionali con l’euristica del “naturale è meglio”7: meno il cibo è lavorato, più è considerato buono, cioè gustoso, sano, equo e sostenibile. L’espressione “carne sintetica”, in questo senso, sottolinea un’opposizione al cibo “naturale”. Tale opposizione è stata ampiamente utilizzata nei dibattiti pubblici e nei messaggi dei media nell’ultimo decennio8. Tuttavia, la cosiddetta carne “naturale” o “tradizionale” è essa stessa il prodotto di processi e trasformazioni culturali come l’allevamento, la coltivazione e la macellazione – tutte pratiche il cui impatto sull’ambiente e sulla vita stessa degli animali è oggi messo sempre più in discussione. La carne coltivata può essere un modo eticamente accettabile di consumare carne per quelle persone che non sono necessariamente vegane o vegetariane, ma hanno delle remore a mangiare carne.

La carne coltivata è un campo di studi promettente che merita di essere sostenuto, non soffocato. Sebbene permangano dubbi sulla fattibilità di una produzione di carne coltivata che abbia un impatto sostanziale sul mercato globale della carne, scenari specifici come l’esplorazione spaziale, in cui la carne coltivata potrebbe essere un’opzione interessante per gli astronauti durante i voli di lunga durata, potrebbero beneficiare anche di piccoli progressi. Inoltre, è probabile che la ricerca e lo sviluppo in questo campo portino a progressi in campi correlati, come la medicina rigenerativa (che richiede anche la coltivazione di tessuti su larga scala a costi accessibili), proprio come la corsa alla Luna ha avuto come sottoprodotto lo sviluppo del GPS. Ci auguriamo che il Parlamento italiano riconosca l’importanza di fidarsi del processo scientifico, tecnico, sociologico e umanistico, piuttosto che imporre un divieto miope.

doi: https://doi.org/10.1038/d43978-023-00057-0